È morto un nostro studente – Lettera aperta alla Comunità scolastica IT Cattaneo

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Care Studentesse e cari Studenti, care e cari Docenti,

Venerdì 16 gennaio è accaduto un fatto gravissimo in una scuola che non è la nostra, ma poteva esserlo, un fatto che sarebbe potuto accadere in ogni scuola della Repubblica.

Non possiamo sottrarci ad una riflessione seria e approfondita. Se un nostro studente per gestire i propri sentimenti e il proprio disagio non ha scelto le parole ma un’arma, dobbiamo interrogarci, non solo come comunità scolastica, ma come società. La scuola è il primo presidio sociale che incontra i cambiamenti e le novità, ma non siamo in grado di gestirli da soli. Lancio una richiesta di aiuto…

Molti dei nostri studenti che incontro ogni giorno nei corridoi, nelle aule, non riescono a trovare in questa istituzione le risposte al loro disagio. Il groviglio di sentimenti che affrontano nell’adolescenza non riesce a trovare in noi adulti un interlocutore, seppure per uno scontro. Se le parole, il pensiero non riesce a districare questo viluppo, è su questo dobbiamo lavorare. Le misure repressive, di questo sono certa, non servono.

Come punto di partenza per una riflessione, che non dovrà fermarsi ad oggi, ma trovare spazi e momenti che dovremo scegliere e decidere insieme, vorrei condividere con voi la riflessione di una docente con cui ho avuto il privilegio di collaborare, che ha espresso molto meglio di quanto riuscirei a fare io, ciò che penso.

Hanno ammazzato un mio studente. Anzi: un mio studente ha ammazzato un altro mio studente. È morto un compagno di classe dei miei alunni, dei miei figli. Sì, perché che fosse in quella scuola di Spezia, e non nella mia, è un puro accidente. Così come è un puro accidente la sua nazionalità o quella di chi gli ha sferrato il corpo mortale, nonostante i giornali si siano affrettati a definire ‘ITALIANO di origini egiziane’ la vittima e ‘MAROCCHINO’ e basta il carnefice (per la gioia dei disadattati da social, che si sono lanciati in ‘finissime’ analisi razziali che nemmeno De Gobineau). È morto un ragazzo, così, durante una lezione di chissà cosa, in un luogo – la scuola – che per chi la vive tutti i giorni, qualunque sia il suo ruolo, è un po’ una casa (per quanto traballante), un po’ una famiglia (per quanto sgangherata), un po’ quel porto almeno teoricamente sicuro che talvolta’ benedici e talvolta maledici come tutte le cose familiari. È morto uno studente e a parte qualche farfugliamento delirante sulla sicurezza e i metal detector non è che dalle istituzioni sia arrivato molto, e un po’ il dubbio viene che se a morire fosse stato Mario Rossi le cose non sarebbero andate così (probabilmente sarebbero andate anche peggio, se di nazionalità ne fosse cambiata solo una). La mia amica e collega, con la quale oggi mi sono confrontata, mi ha detto che domani entrerà in classe dicendo “è morto un vostro compagno”. Perché questo è il punto. Adesso non c’è altro da aggiungere. Solo dolore e silenzio. Silenzio che chiederemo ai ragazzi per un minuto, anche senza una circolare ministeriale che ce lo imponga, che ce lo suggerisca.

Perché Youssef Abanoub era un nostro studente. Era un alunno. Era un ragazzo.”

La Dirigente Scolastica,

Prof.ssa Elena Casarosa